Romano, dieci anni di Iraq e non capire
Sergio Romano esamina le conseguenze della guerra all’Iraq dieci anni dopo il suo inizio e ne trae un bilancio disastroso. In Iraq, dice, c’è una guerra civile a bassa intensità sfondo religioso, mentre prima c’era “stabilità”. La stabilità di Saddam Hussein, com’è noto, ha prodotto una sanguinosa guerra con l’Iran che ha rafforzato immensamente il regime degli Ayatollah, il genocidio sistematico della minoranza curda e dei settori ribelli della maggioranza sciita, l’invasione del Kuwait, stato sovrano e indipendente.
12 AGO 20

Sergio Romano esamina le conseguenze della guerra all’Iraq dieci anni dopo il suo inizio e ne trae un bilancio disastroso. In Iraq, dice, c’è una guerra civile a bassa intensità sfondo religioso, mentre prima c’era “stabilità”. La stabilità di Saddam Hussein, com’è noto, ha prodotto una sanguinosa guerra con l’Iran che ha rafforzato immensamente il regime degli Ayatollah, il genocidio sistematico della minoranza curda e dei settori ribelli della maggioranza sciita, l’invasione del Kuwait, stato sovrano e indipendente. Saddam si vantava di possedere armi di distruzione di massa che avrebbero impedito all’America di attaccarlo. E’ stato vittima anche delle sue millanterie, ma è difficile sostenere che il medio oriente e il mondo in generale stiano peggio dopo la sua cattura e la sua esecuzione. L’Iraq non è diventato la terra dell’Eden, le tensioni religiose, tribali e politiche permangono, ma ora gli iracheni dispongono anche del diritto di voto, che traccia un percorso democratico possibile, anche se naturalmente assai arduo. Ci sono attentati oggi, c’erano massacri con centinaia di migliaia di vittime durante l’aurea fase di stabilità per la quale sembra nutrire nostalgia l’ambasciatore Romano. E’ una sindrome abbastanza generale dell’occidente quella di non saper riconoscere i risultati positivi di una guerra vinta, perché naturalmente la vittoria non cancella i problemi preesistenti. Sarebbe come dire che siccome la vittoria contro il nazismo ha consentito un’espansione colossale dell’influenza sovietica in Europa e in Asia, quella vittoria è stata inutile e che forse non era giusto “morire per Danzica”.
Anche questa tesi, peraltro, è stata sostenuta. La seconda guerra in Iraq aveva l’obiettivo di distruggere una dittatura sanguinosa, e ha ottenuto quell’obiettivo. Ha consegnato agli iracheni le sorti del loro paese, che non coincidono con gli interessi dell’occidente e nemmeno con quelli specifici dell’America. I vincitori, dice Romano riferendosi agli europei che hanno appoggiato la guerra, Tony Blair, José María Aznar e Silvio Berlusconi, non “hanno tratto da quella vicenda alcun vantaggio politico”. Forse sul bilancino dell’interesse immediato quel calcolo è giusto, su una prospettiva non ingenuamente democraticista ma nemmeno troppo cinica, invece aver tolto di mezzo Saddam ha un valore incalcolabile.